Tra bullismo e cyberbullismo: quando la violenza si fa a colpi di “clic”

Di Francesco Panzeri

Il cyberbullismo si configura come un fenomeno estremamente diffuso, e a dimostrarlo sono proprio i dati numerici. Una ricerca dell’”Osservatorio (in)difesa”, cui hanno partecipato oltre 6.000 adolescenti dai 13 ai 23 anni provenienti da tutta Italia, ha messo infatti in luce come il 68% di loro abbia assistito ad episodi di bullismo o cyberbullismo, mentre ne è vittima il 61%. Si tratta dunque di un fenomeno su larga scala, che necessità di azioni mirate, sia nell’ottica della prevenzione che dell’intervento, e, proprio a tal fine, di una sua chiara definizione e comprensione. 
Il bullismo può essere definito come un comportamento aggressivo e ripetitivo nei confronti di un soggetto che non è in grado di difendersi. Si tratta di una dinamica con ruoli ben definiti: da un lato il bullo, ovvero colui che attua i comportamenti violenti da un punto di vista fisico e psicologico, dall’altro la vittima, ovvero colui che subisce questi stessi comportamenti e che, di conseguenza, sperimenta sofferenza psicologica ed isolamento sociale. Dan Olweus, colui che nel 1993 ha formulato la definizione ad oggi maggiormente condivisa di bullismo, attribuiva ad esso tre caratteristiche principali: intenzionalitàripetitività e potere sbilanciato.

Il fenomeno del cyberbullismo, definito per la prima volta nel 2004 da Bill Belsey, conserva da un lato alcuni aspetti in comune con il bullismo tradizionale, dall’altro presenta caratteristiche proprie che lo rendono un fenomeno diverso. Gli elementi che lo connotano sono l’utilizzo delle nuove tecnologie come mezzo per mettere in atto la prevaricazione e la mancanza di uno spazio e di un tempo definiti in cui le azioni di prevaricazione stesse possono avvenire, data l’elevata portabilità degli strumenti tecnologici e la facilità di accesso.

Il cyberbullismo può infatti essere agito ovunque ed in ogni momento, ed il pubblico è potenzialmente illimitato: significativo infatti è l’effetto moltiplicatore di internet, per cui vi può essere una rapida, a volte istantanea, diffusione del materiale, e l’ampiezza del pubblico può essere vasta; infine vi è una permanenza nel tempo del materiale pubblicato. L’aspetto della ripetizione assume dunque un significato particolare, in quanto la molestia può accadere più di una volta, o una singola occasione di molestia può essere trasmessa ripetutamente ad un pubblico sconosciuto e sempre crescente, estendendo la durata di un singolo evento e dandogli un carattere multi-episodico. Altra caratteristica propria del cyberbullismo è l’anonimato: secondo la letteratura, circa la metà delle vittime non conosce il proprio aggressore. Proprio la condizione dell’anonimato riduce per gli autori il rischio di ripercussioni negative, come il danno per la propria immagine sociale o la punizione da parte delle figure d’autorità, con la conseguente percezione di deresponsabilizzazione. A differenza del bullismo, dove le azioni sono ripetute, ed il bullo può costruirsi un ruolo stabile e costante, una sorta di “identità” da bullo, nel cyberbullismo possiamo trovarci difronte ad un’unica azione che però può avere effetti potenzialmente infiniti. Infatti, un’azione violenta via web può andare incontro ad una diffusione virale, raggiungendo una porzione potenzialmente infinita di spettatori, così che il danno alla vittima può diventare patrimonio di chiunque. Vengono così amplificati i vissuti negativi della vittima, che sente di non avere più uno spazio libero in cui rifugiarsi, come avviene invece nel bullismo tradizionale, che prevede la possibilità di proteggersi in un contesto più sicuro, ad esempio cambiando scuola o gruppo di amici.

Rispetto ai bulli della vita reale, gli autori di cyberbullismo sembra siano più disinibiti: nell’aggressione di persona vi sono infatti molte più barriere rispetto alle interazioni online, e questo può indurre ad un maggiore autocontrollo. Inoltre, offendere la vittima dietro ad un computer rende impossibile osservarne le reazioni in termini di disagio e sofferenza: per il cyberbullo, dunque, diventa ancora più difficile dispiegare un atteggiamento empatico e valutare le conseguenze delle proprie azioni, con un aumentato rischio di reiterare l’azione violenta web-mediata. Nella comunicazione elettronica, infatti, viene a mancare una componente chiave dell’empatia, in quanto non è possibile osservare la reazione emotiva immediata della vittima. La disinibizione empatica è dunque più evidente nel cyberbullismo, poiché il modo in cui l’empatia è evocata quando si vede che le azioni causano distress ad un’altra persona, può essere marcatamente ridotto se la vittima non è direttamente difronte all’aggressore.

Le conseguenze psicologiche sulle vittime possono essere potenzialmente devastanti, e comprendono reazioni quali ansia, depressione, difficoltà di regolazione emotiva e comportamentale, nonché abuso di sostanze e, nei casi più estremi, anche il suicidio. Proprio per tale ragione occorre intervenire in modo tempestivo offrendo sostegno alle vittime, ma anche e soprattutto attraverso progetti che vedano protagonisti bambini ed adolescenti nell’ottica della prevenzione e dunque della consapevolezza e dell’educazione all’uso responsabile delle nuove tecnologie.

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